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Il Premiolino secondo Bruno Ambrosi
Un mondo di byte nel Premiolino del futuro

“I cinquant’anni de Il Premiolino? Tra mille peripezie e difficoltà, si è guadagnato il ruolo di massimo premio giornalistico italiano. Un bel traguardo per un riconoscimento nato come una sorta di cenacolo di intellettuali, motivo di incontro e socialità tra inviati che si tenevano aggiornati e si scambiavano opinioni sui colleghi”: Bruno Ambrosi, storico giornalista Rai e ora formatore di nuovi giornalisti all’Università Statale di Milano, sintetizza con poche, efficaci, parole l’evoluzione di un premio nato quasi per gioco e che ha saputo “segnalare non solo dei talenti ma anche dei filoni, facendo capire che il buon giornalismo si può fare su cose minute ma egualmente importanti: un talento può essere individuato nel lavoro di un capocronista coscienzioso, di un corsivista particolarmente brillante”.

Ed è proprio la scoperta di talenti il merito maggiore che Ambrosi riconosce a Il Premiolino e a se stesso in qualità di giurato capace di raccogliere il consenso dei colleghi di giuria: giornalisti di radio, tv, nuovi media, agenzie di stampa. “Mi sento fiero per esempio della candidatura di Radio Popolare, che per Milano e la Lombardia, ha rappresentato soprattutto negli anni Settanta-Ottanta una grandissima fonte di informazione anticonformista. E di Dagospia, ricettacolo di notizie di carattere giornalistico di prim’ordine consultato da tutte le redazioni. Ho promosso in prima persona e con successo giornalisti e realtà un po’ fuori dai soliti circuiti come la Misna – Missionary National Agency, l’agenzia che dispone di una rete di corrispondenti missionari in tutte le parti del mondo e che segue sì episodi legati alla religione ma anche eventi con risvolti internazionali come ad esempio l’uccisione di un sacerdote o il rapimento di suore o volontari”.

Il Premiolino – continua Ambrosi – è stato per lungo tempo il riconoscimento al bel servizio, alla bella scrittura: abbiamo cercato di individuare persone che in genere non sono alla ribalta, dall’impaginatore al vignettista. Il che era anche una sorta di consolazione perché allora non c’erano altri allori.”

Certo nell’arco di mezzo secolo il lavoro nelle redazioni ha subito una profonda metamorfosi: “Il giornalismo romantico muore con la linotype, con i caratteri di piombo, con il bozzone. Adesso tutto il meccanismo di un giornale è fatto di armadi metallici, pieno di transistor e chip. Ovviamente non è più lo stesso mondo. Il giornalismo dovrebbe essere – e lo era – un fenomeno collettivo dove persino il tipografo o il correttore di bozze può dire la sua. Non nel senso professionale e relativo alla notizia ma per confermare e trasmettere al lettore uno stato d’animo”.

Che cosa ci riserva l’immediato futuro? Ci sono germogli di vero giornalismo nei nuovi media? Ambrosi ne intravede in quello che gli americani chiamano citizen journalism, il giornalismo dal basso “anche se è ancora allo stato di piccole gemme. A suo modo anche Facebook è giornalismo allo stato magmatico: un magma che poi si strutturerà in qualche modo. La vera rivoluzione del giornalismo, pur svilito tecnicamente, è il fatto che con un telefonino si manda un filmato o un’immagine. Resta sempre la necessità di qualcuno che sappia dare una gerarchia alle notizie, di chi sappia distinguere il vero dal falso e questo soggetto non può che avere una formazione da giornalista, professionale, tecnica, sensoriale”.