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L’informazione è cambiata. Restano immutate le regole del mestiere: guardare la realtà da testimone
diretto al di là delle fonti ufficiali e rendere conto del proprio lavoro a nessun altro che a se stessi e ai lettori. “Da poche settimane lo scrittore israeliano David Grossman aveva perso il figlio ventenne ucciso in uno scontro a fuoco. Per i funerali aveva scritto un articolo-orazione di profonda civiltà, una testimonianza altissima di cuore e intelligenza. In passato l’avevo intervistato più volte e mi assunsi il compito di convincerlo a venire a Milano per ritirare il premio che gli avevamo assegnato. Dopo numerosi tentativi, egli finalmente accettò di uscire dal suo ritiro luttuoso. Nella sala dell’Alessi, a Palazzo Marino, Grossman portò la sua mitezza lucida, la sua nobile vulnerabilità. Fu, credo per tutti, una presenza emozionante.” È Il Premiolino conferito nel 2006 allo scrittore israeliano e giornalista de la Repubblica David Grossman il riconoscimento di cui Donata Righetti, membro della Giuria, è più orgogliosa. Un premio giornalistico storico Il Premiolino, il primo in Italia, che non può certo invertire la tendenza di un’Italia che non legge ma che deve e può, secondo Righetti, “restare fedele a se stesso e cioè cercare di scegliere i giornalisti più meritevoli. È in grado di farlo perché la giuria è composta da professionisti. E nessuno è in grado di giudicare qualcuno meglio di un collega. Vale per tutti, anche per i giornalisti”. Certo, l’informazione in mezzo secolo è cambiata profondamente: strumenti, mercato, lettori. “Confrontare l’oggi con il ricordo di una vecchia redazione, il rumore delle macchine per scrivere, le agenzie cartacee che venivano depositate sulle scrivanie con il ritmo di ricorrenti maree, i grafici in trasferta nelle varie redazioni con i menabò sottobraccio, il parcheggio degli inviati speciali, categoria purtroppo ormai quasi estinta, può far apparire il passato di non molti anni fa un’epoca paleolitica – continua Righetti. Eppure le regole da seguire, quelle che danno un senso al mestiere di giornalista, sono rimaste immutate. In sintesi: non fermarsi mai alle fonti ufficiali, esserci, cioè avere il ruolo di testimone diretto, guardare sempre con i propri occhi. E rendere conto del proprio lavoro solo a se stessi e al lettore. A nessun altro.” Critico teatrale, inviato speciale ed editorialista, Premiolino 1983, Donata Righetti conserva nel suo personale album legato al Premio innumerevoli aneddoti, ancora capaci di ritornare alla memoria con tutto il loro carico di emozione: “Ricordo ancora le loro facce, invase da uno stupore incredulo mentre attraversavano la magnificenza dei saloni di palazzo Visconti. Una mezza dozzina di carcerati erano appena arrivati sotto scorta da San Vittore per una brevissima e straordinaria licenza come redattori di Magazine 2, periodico pubblicato nel carcere: un giornale dignitoso che avevamo voluto premiare nel 1997 per motivazioni forse anche paternaliste e buoniste. Ma l’emozionata gratitudine di quel gruppetto fu per tutti noi un regalo. Emilio Pozzi, collega generoso che nell’impresa di insegnare nel carcere si era prodigato e si prodiga, mi chiese poi di tenere delle conversazioni sul giornalismo all’interno di San Vittore. Fui accolta dai detenuti come un’amica e provo ancora il rimorso di aver rinunciato dopo pochi incontri: il rumore del portone metallico che si chiudeva alle mie spalle e l’impazienza dei redattori nel cercare di riconoscere l’odore di libertà che mi portavo addosso mi sembravano insostenibili”. |