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Piccolo Nobel, milanese nella concezione e universale nel tratto,
riconoscimento alla “schiena diritta” del giornalismo. “Il più anticonformista dei premi, il meno paludato”: questo Il Premiolino secondo Ferruccio de Bortoli, direttore de Il Corriere della Sera e membro della giuria dal 2004. “Il Premiolino ha fotografato al meglio tutte le stagioni del giornalismo d’inchiesta e della cronaca d’attualità, attento a premiare gli emergenti piuttosto che gli emersi; a incoraggiare l’indagine sociale, a individuare le posizioni più originali ed eccentriche. Il giornalismo vive meglio se ha l’umiltà e la forza di scoprire punti di osservazione originali, diversi e controcorrente.” Ferruccio de Bortoli fa parte di altre giurie ma non nasconde la sua predilezione per il premio meneghino che, dice, “ha un fascino particolare: milanese nella sua concezione e universale nel suo tratto, come testimoniano alcuni premiati celebri in tutto il mondo. In più era il premio più ambito quando ho cominciato a fare il cronista, quello di cui parlavamo di più. La giuria era, ed è, considerata severa. E provavamo molta invidia per i premiati”. Un traguardo, un’aspirazione per chi ha scelto di fare questa professione: “Ricordo molti colleghi, anche celebri e pluripremiati che però davanti a Il Premiolino (che io per esempio non ho mai vinto) tremavano quasi per l’emozione”. Ricordo che de Bortoli dedica a tutti i giovani che hanno lavorato con lui e che sono arrivati a vincerlo, “Segno che quando ho selezionato e assunto ragazzi e ragazze in gamba, ho visto giusto. Spero di aver trasmesso loro la passione per questo mestiere senza la quale non c’è giornalismo. I giornalisti devono sentirsi liberi dentro, combattere l’autocensura e la pigrizia. Non cercare alibi nell’atteggiamento degli editori o nella protervia dei poteri”. Mezzo secolo di vita del premio impongono un bilancio. Così per il direttore de Il Sole 24 ORE il premio ha consentito “di scorgere le penne migliori nel descrivere le principali fasi di cambiamento della nostra società, gli anni della contestazione, quelli della lotta al terrorismo, le inchieste sulle stragi, il rinnovamento del sistema politico, la corruzione dilagante, la magistratura fra eroismi, timidezze e difetti. Il Premiolino è lo specchio di un’Italia che non rifiuta di guardare alle proprie malattie civili ma sa essere qualche volta orgogliosa delle sue qualità e delle sue eccellenze”. Resta sullo sfondo la realtà di un popolo, il nostro, che non ha molta dimestichezza né fiducia nell’informazione. Nonostante questo “l’Italia ha una stampa di qualità a volte superiore a quella omologa di altri Paesi. La funzione del Premio è stata quella di favorire inchieste e analisi che uscissero dalla quotidiana prevedibilità. Ha incoraggiato la buona scrittura, la divulgazione intelligente, l’intervista non sdraiata. Il premio è stato spesso un riconoscimento alla ‘schiena dritta’ del giornalismo. Non al gossip fine a se stesso, al birignao senza valori e contenuti di cui spesso abbonda la nostra pubblicistica. Bisogna fare una cosa sola: andare avanti e premiare di più i giornalisti scomodi, quelli che non piacciono al potere, politico ed economico”. |