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In giuria attriti di carattere e di idee ma niente risse. A prevalere amicizia, colleganza e rispetto.
Classe 1924, critico cinematografico e televisivo, autore e curatore di libri sul cinema, fa parte della giuria del Premio da sempre: “Fui chiamato a far parte della prima giuria de Il Premiolino – Il giornalista del mese nel 1960, come caposervizio de La Notte, quotidiano di destra dove si riusciva a fare una pagina degli spettacoli di sinistra” racconta Morandini rivelando anche l’origine del nome. “Si chiamò subito Premiolino: un nome, una modestia. Soltanto più tardi qualcuno associò malignamente il diminutivo lino ai fratelli Gian Sandro e Piero Bassetti, industriali del tessile e finanziatori del premio. Ma era solo una coincidenza. Avevo meno di quarant’anni, come quasi tutti gli altri componenti. Oggi, con la gerontocrazia al potere, la si direbbe una giuria giovane ma allora, come i calciatori e le veline, dopo i trent’anni non si era più tanto giovani. In quei formidabili anni Sessanta, oltre alle firme illustri, non pochi tra i premiati erano giovani già bravi e affidabili ma non ancora famosi”. Morandini ricorda come si premiassero tutti i modi di fare informazione: “Quotidiani e settimanali a diffusione nazionale e giornali di provincia, firme arcinote e oscuri cronisti; grafici come Achille Patitucci (1960) e fotografi come Gianfranco Moroldo (1968); rubriche collettive come Lo specchio dei tempi de La Stampa nel 1960 e periodici specializzati come Quattrosoldi nel 1963. E poi disegni, titoli azzeccati ma soprattutto inchieste: allora si facevano ancora e molte erano scomode ai potenti. Si teneva già d’occhio la Rai Tv. E si prestava un orecchio anche alla radio: nel 1960 premiammo Sergio Zavoli per il suo Processo alla tappa. Poche le donne, tra le quali: Oriana Fallaci, Camilla Cederna, Enrica Cantani e Floriana Gaudente, Maria Livia Serini, Carla Ravaioli, Maria Grazia Livi. Ma erano poche le donne giornaliste e faticavano a farsi valere molto più di oggi, che il maschilismo è stato costretto a fare qualche passo indietro. E comunque negli anni Sessanta nessuna donna in giuria”. Giuria guidata da grandi nomi come Enzo Biagi e Pietrino Bianchi, entrambi sagaci nel moderare e mediare. Nell’ambiente era considerata seria, autonoma, refrattaria alle raccomandazioni dall’alto. Contavano magari le amicizie ma non certo i diktat dei potenti di turno. E a proposito di potenti, Morandini ricorda con piacere un Premio su tutti: “Di aneddoti da raccontare ne avrei troppi: mezzo secolo è lungo e io vivo poco nel passato. Ma ricordo con estremo piacere quando fu premiato, su mia proposta, nell’aprile 1991 un titolo di prima pagina de Il Manifesto, L’ora dei Ciarrapichi”. Nonostante alcuni sbagli e sopravalutazioni (inevitabili, no?) sono contento di aver fatto parte di questa giuria, e di continuare a esserci. A scorrere l’elenco dei premiati nei suoi primi trent’anni, si constata che vi è riflessa la storia del migliore giornalismo italiano e in parte, della nostra letteratura, nella seconda metà del Novecento. Peccato che non abbia avuto sui mass-media – e continui a non averla – il riscontro che meritava. Ma questa è un’altra storia. |